E all’improvviso un ritratto!

Girovagando per i mercatini di natale a Rosenheim, i ricordi di una vita fa riaffiorano dolci come il profumo di vin brulè che scalda l’atmosfera. O, per meglio dire, “Glühwein”, una delle parole tedesche che meglio mi ricordo, chissà perché.

La stessa birreria, il palco in mezzo alla piazza e le note non troppo intonate di una canzone di natale, il trenino per i bambini. I mercatini di Rosenheim sono molto più ben curati rispetto a quelli di Kufstein, mi sembra davvero di essere tornato indietro nel tempo. In realtà non è così, ma i luoghi, come gli oggetti, hanno questo potere di riportare alla mente il ricordo, vivido, anche a distanza di anni. Anche se il passato è tutto dentro di noi, spesso occorre ciò che è fuori per ricordarcelo, nonostante gli oggetti non possono che essere costantemente immersi nel presente. Oppure no…

“Peppa ha perso il telefono” la brutta notizia che mi riporta alla realtà. Andre si affretta ad aiutarla. Cazzo, giornata rovinata. Non ci voleva.

E all’improvviso un ritratto! Dalle finestre del bar che stavo cercando di centrare nel mirino, spunta il volto paffuto di un bambino, no, è una bimba. Spontanea si affaccia per guardare, poi si volta, e ancora torna. Guardavo la scena e non sapevo decidermi: scatto o non scatto? Potrei scattare senza permesso, ma ciò sarebbe illegale quanto ingiusto, considerando anche l’età del soggetto. Inoltre, molto probabilmente il risultato non sarebbe dei migliori, per rimanere discreto non potrei certo ottenere uno scatto frontale e uno sguardo dritto in camera. Allora non scatto, mi godo il momento, tento una fotografia mentale, consapevole del fatto che presto sparirà, ma già mi mordo le mani pensando ai rimpianti futuri. Infine, mi convinco.

Mi affaccio al vetro salutando la bambina. Dietro siede la madre con un’aria incuriosita. Sorrido e gesticolo indicando la fotocamera. La madre, per fortuna, capisce, e con un’alzata di spalle e un sorriso mi lascia intendere di poter scattare. Due passi indietro, la bambina mi guarda stupita, messa a fuoco e click. Dio benedica la modalità automatica. Soddisfatto, mostro il risultato a madre e figlia. Ringrazio, saluto e scappo.

“Sicura che non sia dentro la borsa?” le ricerche del telefono smarrito continuano senza grandi speranze. La macchina è ormai a riposo nello zaino, non è più tempo di scattare. Ma ancora sento l’eco dell’emozione provata poco fa. Un’euforia data più che dallo scatto in sé, dall’azione stessa di aver “parlato” e fotografato degli sconosciuti. Da una parte, la relazione, l’abbattimento del muro della timidezza, dall’altra, l’ordinarietà che si fa bellezza stra-ordinaria, estetica. E poi la fiducia, basata su chissà cosa, di una madre…

“L’ho trovato! L’HO TROVATO!” grida la Peppa correndo verso di noi. Un sospiro di sollievo collettivo rilascia la tensione. Tutto è bene quel che finisce bene.

Così Rosenheim si tinge di un nuovo presente, e dunque di un nuovo passato, di un altro volto. E chissà se è proprio a causa di quest’esperienza che ho deciso di regalarmi un 35mm fisso per Natale, tipico obiettivo utilizzato per i tanto amati “portrait”?! Ahhhh, l’inconscio…

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